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Perchè guardare L’Assassinio di Gianni Versace: tutti pagano un caro prezzo a causa dell’omofobia

L'Assassinio di Gianni Versace non è una biopic sui suoi ultimi giorni di vita, ma la storia di come l'omofobia, la sessuofobia e la vergogna possano rendere vulnerabili le vittime di un serial killer in cerca di gloria

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Avevo timore di vedere L’Assassinio di Gianni Versace, l’ultima serie targata Fox Crime. Lo immaginavo molto patinato, con poca trama e discorsi da ricconi cinici su cui farci delle GIF. Sarebbe stata una grande delusione. Invece, con mio grande stupore (o forse semplice ingenuità), mi sono ritrovato  a vedere una delle serie più belle di quest’anno.


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L’Assassinio di Gianni Versace: non una biopic

Il titolo è un chiaro esempio di “clickbait”: facendo parte della serie American Crime Story in realtà L’Assassinio di Gianni Versace è una storia incentrata su Andrew Cunanan, il serial killer – un Darren Criss bravissimo – che ha avuto tra le sue vittime anche Versace, e non una biopic sugli ultimi anni/giorni di vita di Gianni.

Andando avanti nelle puntate si capisce anche perché l’abbiano affidata alla sensibilità di Ryan Murphy. La serie scava sulla psicologia di un personaggio (forse gay, forse solo pazzo) che, in pieni anni 90, approfittava di paure, dubbi e incertezze dell’omosessualità di giovani e anziani (dichiarati o meno) per renderli totalmente vulnerabili.

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Le paure connesse all’orientamento sessuale

La cosa più bella della serie è infatti secondo me il descrivere uno scenario ben dettagliato su quanto la vergogna per alcuni, la sessuofobia per altri, l’omofobia in certi casi (esemplare la puntata dedicata al Don’t Ask Don’t Tell militare) e il non sentirsi riconosciuti per altri ancora – anche in un periodo non molto lontano come la fine degli anni 90 – fosse per un pericoloso pazzo la chiave di svolta per avvicinare le sue vittime cercando di realizzare il suo sogno di ricchezza e fama.

Fino a che, scoperto per le sue bugie o per mero approccio vendicativo, le uccideva. Una cosa che, guardando la serie, sembra pericolosamente attuale per quanto, forse oggi, non sempre così esplicitamente violenta.

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Anche Versace aveva le sue paure

E Gianni Versace (e il suo compagno Antonio) si inserisce proprio in questo discorso: l’esempio di un uomo che, in quanto famoso, si ritrovava ad affrontare i giudizi di tanti, troppi, se pur con i vantaggi (di un ricco) che non erano concessi a tutti. I pesanti giudizi rispetto al suo orientamento sessuale, ma anche al suo vivere la coppia, al suo non poter essere “legalmente” unito ad un uomo sono cose che in realtà prescindono dalla fama, dal successo, dall’essere Versace. E questa sicuramente è la parte più interessante rispetto alla sua storia in questa serie: Gianni è un uomo come tanti.

Anche per questo la serie rivela fatti personali su Gianni che non hanno mai avuto un vero riscontro, se non tramite le indagini del libro su cui si basa la serie, tra cui i picchi (alti e bassi) di carica virale HIV di cui Gianni avrebbe sofferto. Un dettaglio incerto che forse sarebbe stato meglio omettere, soprattutto perché poco investigato nelle puntate con il pericolo di banalizzare il tutto nello spauracchio del “se l’é cercata”.

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Tutti pagano un caro prezzo a causa dell’omofobia

Vedendo la serie quello che resta è comprendere come, a causa dell’omofobia, chi paga un caro prezzo non è solo la vittima (o il carnefice), ma tutti.

Il senso di impotenza di ognuno di fronte a certi atteggiamenti (o peggio ancora a certi pensieri che un tempo restavano in silenzio strisciando però tra le coscienze) è devastante. E forse anche questa serie contribuirà a far comprendere quanto sia importante che tutto questi cambi o per lo meno non si sprofondi nuovamente in un passato così civilmente degradato.

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